Tessile


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Il battito dei telai è spento. E il grande tempio, che celebrava intelligenza e fatica della tessitura, giace sconsacrato tra ruggine e graffiti. Eppure, questo non è solo il passato: sono radici. L’anima di Chieri conserva quel battito dentro l’identità che si è costruita nei secoli. C’è nel suo orgoglio antico. C’è nel gusto per le cose curate, nella ricchezza figlia del sacrificio, nell’ingegno preferito alla catena di montaggio…

E’ scomparso il battito dei telai da Chieri, quasi del tutto. Ma l’anima della città lo conserva. Ce l’ha nelle radici, nell’identità che si è costruita durante i secoli. Quel battito è dentro il suo orgoglio antico, fatto di intelligenza e fatica. E’ nel gusto per le cose curate, nella ricchezza figlia del sacrificio, nell’ingegno preferito alla catena di montaggio…

Il giovane fotografo Giancarlo Cazzin ha cercato i segni di questa identità; ha incontrato emozioni e pensieri contrastanti. Questo progetto contiene grandezza e caduta, talenti e smarrimento. Non può essere altrimenti in una città fondata sulle trame di cotone nel Medio Evo e privata delle sue tessiture in pochi anni, alla fine del Novecento, travolta dalle produzioni globalizzate.

Il suo racconto comincia coi legni lucidi dei telai, schierati lungo la galleria-museo: la fuga prospettica crea un tunnel che non si conclude con un’uscita. Sono le uniche fotografie a cui Cazzin dedica i colori, omaggio a un’età dell’oro. Com’è omaggio la carta su cui le ha stampate, fatta di cotone, una carta che sembra tessuto in un gioco di rimandi tra realtà e rappresentazione. Ma il ritratto di queste macchine è immobile. Non c’è vita, né futuro. Fanno memoria, documento e metafora di un’età compiuta.

La vita entra in altre immagini, che fanno da contrappunto agli antichi telai. E’ ritratta come energia che accende, che tira, che mulina fino a perdere i contorni dei gesti. Anche la macchina da cucire, per quanto solitaria, contiene la promessa di una mano che presto tornerà a darle azione. Sono scene dei giorni nostri: a Chieri qualcuno è sopravvissuto alla falce degli anni Novanta e Cazzin lo sa bene, in quanto erede – se lo vorrà – di una delle ultime passamanerie. Qui la memoria trapassa in patrimonio di conoscenza, che tuttora crea ed eccelle. Ecco il perché del bianco e nero: è l’eco delle macchine immortalate negli archivi, che raggiunge le loro discendenti.

C’è anche un’altra eco che rimbalza tra passato e presente: la musica delle macchine. Giancarlo Cazzin ha registrato i suoni del telaio crochet, della spiralatrice per la vergolina, della bobinatrice, delle attrezzature che cuciono e che intrecciano cordoni. Ha estratto i singoli suoni. Poi li ha ricomposti in un sottofondo, per accompagnare la visione delle fotografie: sfregamenti di fili, battiti, attrito di ingranaggi, vibrazioni dell’aria, il cigolo di un pedale, il vortice dei filati tra le pareti della macchina…